Tuttavia, il culto primordiale delle forze della natura avrebbe potuto prendere molte direzioni. Quando un fulmine cadeva su un gregge di pecore, i nostri antenati potevano dedurre che era stato il dio dei fulmini a scagliarlo, ma molte questioni restavano aperte. Il dio era irato? Perché? Era insoddisfatto dei sacrifici? Era geloso di quelli, più ricchi, che le vittime avevano concesso al dio dei fiumi? O era irato con le pecore? Avevano pascolato in un prato a lui sacro? Quale? O il dio voleva avvisarli che le pecore erano impure? Tutte, o solo quelle? Non si doveva mangiarle più? Neanche gli agnelli? E se poi il dio fosse stato solo di cattivo umore? Un dio, rimuginando, non può scagliare i fulmini a casaccio, come noi scalciamo i sassi? Una risposta valeva l’altra. Perciò, è probabile che un antenato continuasse a farsi l’abbacchio, un altro smettesse, un altro moltiplicasse i sacrifici e un altro, fra lo scherno di tutti, innalzasse il primo parafulmine. Non c’era mezzo di sapere chi ci avesse azzeccato: i fulmini successivi potevano colpire un pioppo, o la cima di un monte, o vacche invece che pecore. Diverso sarebbe stato se i fulmini avessero bersagliato il mangiatore di abbacchi.

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