Se il cardinal Carlo Maria Martini, nel suo “Il coraggio della passione. L’uomo contemporaneo e il dilemma della scelta” (Piemme), scrive dunque che “non è facile stabilire quando cominci esattamente una vita umana, soprattutto quando possa essere chiamato «persona» o «individuo» e sia soggetto di diritti e doveri”, e anche che “il momento preciso della morte non è facile da stabilire”, Giuliano Ferrara non vi riconosce buon senso, e un primo tentativo di raccapezzarsi, ma solo “idee etiche relativistiche buone per opacizzare i chiari confini che definiscono il nostro inizio, la nostra vita e la nostra morte”. Quel che colpisce in tale nettezza di giudizio è il non riconoscere alcuna capacità di orientarsi nel pensiero a chiunque non veda la chiarezza inequivocabile con cui si disegnano i confini della vita e della morte. Il fatto è che l’intera riflessione di Martini vede invece quel che Ferrara, per non vedere, squalifica come “gesuitico”, o come “relativistico”: che i confini della vita umana sono disegnati con spietata nettezza solo a condizione che la vita umana sia definita su un piano esclusivamente biologico. Questa condizione, ovviamente, ha da essere a sua volta stabilita, e tutto si può dire meno che sia chiaro come e in che modo essa vada stabilita. A Ferrara verrà facile e chiaro dire che è stabilita senz’altro in natura, ma il punto è precisamente che occorre prima stabilire che sia in natura che va stabilito cosa è un uomo, per poi godere della conseguente, pacificante chiarezza.